HR: stress da “tempi duri”? Counselor in concessionaria

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Parlare di ambienti stressati nelle aziende – e di misure per arginare il  fenomeno – può apparire velleitario in un momento in cui le imprese sembrano dover tagliare voci di spesa perfino sull’essenziale.

Eppure la risoluzione di MinisteroCorte di Cassazione (6 Aprile 2013) dovrebbe far riflettere: “è il datore di lavoro a dover valutare il rischio di stress da lavoro cui possono essere esposti i dipendenti”.   

Al di là degli obblighi di Leggedi cui nessuno nell’automotive pare preoccuparsi nè essere a conoscenza – il benessere psico-fisico del Capitale Umano rischia di diventare una questione secondaria per l’imprenditore (che sia un costruttore, un concessionario o un’officina) alle prese con banche, tasse, mercati fermi e riduzione del personale.

Ma… c’è sempre un “ma”!

In questo caso, il “ma” è rappresentato dai costi ingenti che il fenomeno dello stress emotivo comporta per le aziende,  proprio in termini economici. L’ISPESL stima nel 43% la quota di italiani che manifesta disagio sul posto di lavoro, sviluppando disturbi fisici e psicologici che originano assenze, scarso rendimento e peggioramento del clima aziendale.

Figurarsi dopo mesi di crisi, crollo del mercato auto e chiusura di migliaia di officine e concessionarie

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Il “mal d’ufficio”sempre più presente anche nel settore auto – colpisce in Italia oltre 10 milioni di persone gravate da carichi di lavoro divenuti eccessivi (vogliamo parlare di porte-aperte senza soluzione di continuità?), o vessate da fenomeni di discriminazione e prepotenza accentuati da ansia, competitività, e dal sentimento di precarietà: altroché…  “choosy” !

Il costo per le aziende è impressionante in termini di giorni di lavoro perduti ogni anno, che Inps e Inail quantificano addirittura nel 50%, pari a 20 miliardi di euro.

Ecco perché la crisi dovrebbe incoraggiare, e non penalizzare, il ricorso a misure di tutela della qualità dell’occupazione; fermi restando gli obblighi di Legge stabiliti dal DVR che ricomprendono la valutazione dei rischi sullo stress-lavoro correlato!

In concessionaria quando la banca bussa alla porta chiedendo il rientro, quando l’ispettore chiede ulteriori investimenti in auto kilometri zero e ricambi, se la finanziaria boccia le pratiche di finanziamento o dalla sede contestano il raggiungimento della quota di mercato, all’imprenditore resta poca lucidità per pensare al benessere dei propri dipendenti.

Ma deve farlo!

Il vero capo deve trovare il coraggio e la lungimiranza per rendere accessibili, per dipendenti e management, servizi di supporto psicologico.

Come?

Se i costi di eventi di team building  e consulenze di analisti sono davvero gravosi, alle esigenze di supporto psicologico di venditori, meccanici o manager risponde oggi il Counseling, un percorso di sostegno e prevenzione operato da un professionista in grado di appoggiare chi sperimenta disagi contingenti non attinenti alla struttura profonda della personalità, proprio come quelli che derivano dallo “stress da tempi duri” !

Il Counseloruna figura apprezzatissima nei paesi anglosassoni ma ancora sconosciuta in Italia – opera utilizzando tecniche finalizzate al benessere della persona e al recupero delle risorse individuali.

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Se il prezzo di una seduta di psicoterapia può variare da 100 a 250 euro l’ora, una seduta di Counseling non comporta quasi mai più di 50 euro di spesa per incontri individuali e 100 per sedute di gruppo. I costi si riducono così ad un terzo della potenziale spesa per consulenza psicologica, e a un ventesimo rispetto all’organizzazione di team building con trasferta.

Negli USA, in Inghilterra è normale offrire ai lavoratori la possibilità di migliorare il proprio stato di benessere: la ricaduta positiva in termini di rendimento e clima è immediatamente avvertita negli uffici, nelle show-room e nelle officine ove si riducono contenziosi e costi.

Qualche dealer vuole provare? I lavoratori – ma anche i Clienti - ringrazierebbero!

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16 Commenti

  1. Mah!
    I dipendenti sono stressati anche per ragioni legate al comportamento del proprio titolare.
    Avere un Counselor, che verrà pagato, a che serve se chi ti ascolta avanza delle fatture da mesi? (o altre situazioni simili?)

    Le tue riflessioni sono giuste ed opportune ma con un ambiente imprenditoriale sano che ha la coscienza a posto, ma come fai ad inserire un percorso del genere se gli astanti vivono male la loro presenza in azienda per incapacità/colpe imprenditoriali? Secondo me è un autogol!

  2. maurizio sala says:

    Pietro.

    L’introduzione all’articolo è piuttosto chiara: “parlare di ambienti stressati potrebbe risultare velleitario in questo momento di spending review”…

    Ma le mie considerazioni – al di là degli obblighi di Legge (che chi gestisce Risorse Umane dovrebbe conoscere) ed al di là della freschissima risoluzione di Ministero e Corte di Cassazione (che stabiliscono ulteriori precise obbligazioni per il datore di lavoro) sono rivolte a quegli Imprenditori (con la I maiuscola) di cui è pieno il mondo automotive.

    Tutti gli altri… meritano solo di scomparire dalla faccia della terra: è l’evoluzione darwiniana!

  3. Mah!
    Fin quando useremo lo stereotipo che la maggioranza degli imprenditori (“di cui è pieno il mondo automotive.”) è la parte sana del sistema non ne usciamo fuori.

    La difesa della categoria non passa per la difesa della sua maggioranza, ma per la difesa di interessi superiori. Fin quando stiamo dicendo che la maggioranza è sana vuol dire che non stiamo guardando in faccia la realtà….ed hai voglia di stress che dovrà venire.

    ;)

  4. diego saccoman says:

    Siamo sempre al punto 0 : se un CAPO di una qualsivoglia Azienda non conosce l’abc del proprio ruolo e’ meglio che si metta da parte.
    Chi dovesse chiedere un supporto in tal senso, dovrebbe mettersi seriamente in discussione, dubito che l’arroganza di queste persone li porti a farsi un serio esame di coscienza.
    Le galline ben pasciute fanno uova piu’ grandi, mettiamola cosi’. Chi crede che si debba bastonare il somaro per farlo trottare piu’ in fretta spero si becchi l’impronta degli zoccoli in mezzo agli occhi, al piu’ presto.
    .ds.

  5. giorgio paglini says:

    @ diego saccoman:
    Vorrei dare una risposta a tutti. In questi blog, si parla sempre delle categorie (concessionari, venditori responsabili di sett. ecc) GENERALIZZANDO.
    A mio modo di vedere, la cose è sbagliata perchè ci sono realtà eccellenti, buone, medie e cattive. Ora o si fa un censimento preciso ( cosa che mi sembra impossibile ) oppure occorre cambiare il taglio delle domande e delle risposte.
    Altrimenti massifichiamo tutto ( e mi sembra sempre in peggio) e questo non va bene.
    Credo comunque che la ns professione di Dealer oggi sia per volontà delle Case che ci costringomo a lavorare 7 gg su 7, e la tensione necessaria purtroppo per le note ragioni di crisi, creano, magari non in tutto il personale ma sicuramente chi ha mansioni di responsabilità un certo stress.
    Certamente il mondo è cambiato perchè quando ricordo l’officina di mio Padre anni 60 questi problemi non passavano neanche nella mente e vi assicuro che tutti compreso mio padre si facevano un mazzo indescrivibile per andare avanti e progredire.
    Ieri sera a Porta a Porta la storia di Al Bano ha insegnato molto di questo.

  6. diego saccoman says:

    Signor Paglini, a volte la mia scrittura e’ ruvida, so di non riuscire a spiegarmi come dovrei, ma ha ragione Lei a sottolinerare che si debba uscire dalle generalizzazione. Ma come? Io posso raccontare la mia visione delle cose, di alcune cose, e preferisco mettere gli accenti su quelle che non mi piacciono. Quelle che mi piacciono non hanno bisogno di complimenti. Io ho sempre imparato piu’ dagli errori, miei e degli altri, che dai successi. Preferisco riflettere sugli errori piuttosto che specchiarmi nei successi, provocare una discussione piuttosto che cercare l’assenso silenzioso.
    Buon lavoro a Lei e quelli che silenziosamente hanno creato un’identita’ aziendale, condividono i successi con i propri collaboratori ma si assumono la responsabilita’ delle sconfitte, sanno infondere fiducia nei momenti piu’ scuri, mantenere la calma quando tutti perdono la testa. E che lo stress lo sanno reggere fin oltre il punto di rottura, se lo portano a letto, ma non lo scaricano sui propri dipendenti.
    .ds.

  7. @ giorgio paglini:
    @ diego saccoman:

    …e no che non ci siamo…se non dobbiamo generalizzare, non dobbiamo farlo nemmeno all’inverso. La maggioranza è marcia! (sia come moralità che come bilanci).
    La dimostrazione sono le associazione di categoria e merceologiche…la loro incapacità è direttamente proporzionale al livello maggioritario dei loro associati.

    La maggioranza significa la maggior parte, quasi tutti….ma non tutti!

    Quindi non vedo dove possa esser la generalizzazione…

  8. Massimiliano Cassini says:

    @ Pietro Montagna:
    Sono della stessa opinione, la maggior parte ha una mentalità bottegaia e non imprenditoriale, che fa una enorme resistenza anche alle spinte verso l’innovazione che vengono dall’interno della azienda stessa.
    Detto ciò farebbe davvero un gran bene a tutti riuscire ,non dico avere un counselor , ma almeno creare qualche evento per far ricompattare la squadra, infondere un pò di coraggio,dimostrare che il comandante è ancora al timone e ha intenzione di far navigare la barca tenendo più equipaggio possibile a bordo,magari potendo contare sull’appoggio di tutti.

  9. @ Massimiliano Cassini:
    Si Massimiliano, è come dici tu…ma per chi non ha nulla da “farsi perdonare” dai propri dipendenti….se no è una farsa.

    Come quel concessionario (esperienza diretta) con debiti per MLN di euro con tutti che aveva accesso a fondi vari per fare formazione ai propri dipendenti….sappiamo il perchè, o no?

    E giù i dipendenti a smadonnare…..

  10. Giovanni Bravin says:

    Alcune mie considerazioni in argomento, ma in ordine sparso.
    Abbiamo avuto un Mintro della Repubblica, Giulio Tremonti, che dichiarò “La 626 è un lusso che non ci possiamo permettere!”. Secondo lui, è normale reacrsi al lavoro, al mattino, e morirvi perché qualcun’altro ha ritenuto di risparmiare sulle dotazioni di sicurezza (cliente, lavoratore, luogo di lavoro). Torniando al topic, quanti venditori sono costretti a lavorare in locali non idonei? Apertura porte, estintori, etc.
    La parola “choosy” venne usata dalla Ministro Fornero, in una sede istituzionale, ma è in inglese colloquiale, non certo adatto la circostanza, ma d’altronde la stessa ministro disse “Una paccata di miliardi” ad una riunione coi sindacati!
    Nei Paesi anglosassoni, non solo si è incentivati a progredire professionalmente, ma i lavoratori temporanei, percipiscono un salario maggiore a chi lavora a tempo determinato. In Italia, avviene l’opposto, per cui un lavoratore “precario” assunto da una agenzia interinale a tempo determinato (sostituzione maternità, lunga malattia, etc) è sottopagato ed esposto a diversi ricatti, sia da parte della ditta e sia dall’agenzia….

  11. maurizio sala says:

    @ Giorgio Paglini.

    GENERALIZZARE NON VA BENE, MA… è vero, Lei e qualcun altro a volte mi rimproverate di generalizzare.

    L’ho già detto più volte: i concessionari sono un insieme di migliaia di imprenditori ciascuno dei quali lavora con modalità, finalità, aspirazioni diverse. Per questo giudicare “i dealer” tutti insieme secondo i soliti stereotipi è insensato e ridicolo.

    Eppure ogni tanto la somma di queste modalità, finalità ed aspirazioni sortisce un effetto che pare concepito da un’unica mente diabolica e – all’interno delle concessionarie – i clienti trovano un servizio inferiore alle loro aspettative, ed i dipendenti si devono misurare con ambienti inadeguati se non ostili.

    Esistono decine di concessionari illuminati, professionali, evoluti che hanno saputo trasformare le loro aziende in centri di eccellenza e fanno soldi, ma questo in Italia non è la norma.

    @ Pietro, Massimiliano… abbassiamo i toni. Seppur condividendo (in parte) il vostro pensiero, credo che si possano dire le stesse cose con una forma meno… aggressiva.

    @ Giovanni Bravin. Il tuo commento “mi piace” (thumb up). Grazie del contributo!

  12. @ maurizio sala:
    Io non abbasso nessun tono…perchè non è il tono è la sostanza che vale. Qui si sta filosofeggiando su una categoria che fa acqua da tutte le parti. Iniziando dai capitali che l’hanno costituita, per proseguire alle fasi di sviluppo, fino alle procedure fallimentari…

    I Fondi che finanziano la formazione sono attività clientelari per sostenere il reddito d’impresa di aziende deficitarie, le associazioni che non denunciano questo sono colluse solo per il fatto di non denunciale (infatti i loro associati sono i primi ad usufruirne)…non mi va di girare intorno alle parole. Tra l’altro è una delle caratteristiche di questo blog!

    …abbassare i toni, ma di che???

  13. Giorgio Paglini says:

    Per Pietro
    Pietro mi fai capire perché’ odii così tanto la categoria dei Dealer.
    Cosa ti hanno fatto per essere così negativo nei loro confronti.
    Io credo che in ogni professione , industriali, Artigiani,commercianti, professionisti, dirigenti ecc. Il mondo e’ pieno di persone oneste, disoneste mediocri eccellenti.
    Questa e la vita .

    • @Giorgio: ma che odio??? Ma hai letto le cose scritte sulle Case Automobilistiche?
      Cerco di scrivere senza tanti giri di parole e guardando in faccia la realtà. Non sopporto ipocrisia, falsità e furbizia. Cose presenti in tutte le attività.
      Cosa c’entra questo con l’odio? Dire che i Concessionari sono dei bottegai ha qualche similitudine con l’odio? Dire che qualcuno gira in auto scintillanti mentre non paga i propri dipendenti, é odio?
      Secondo me no, poi ognuno é libero di pensarlo.

  14. Giorgio Paglini says:

    Maurizio, mi hai fatto venire voglia di un counseling.
    Non scherzo

  15. diego saccoman says:

    Io non ho problemi ad esprimere il mio disprezzo verso chi, ed ammetto la mia codardia nel non citare nomi e cognomi, perlomeno nell’ultimo decennio ha distrutto valore nel settore della distribuzione automobilistica italiana, da banconisti con le mani lunghe a meccanici loro complici fino a medi e alti dirigenti in grado di distruggere aziende che avrebbero potuto sopportare la crisi, che e’ sinonimo di stress.
    Tuttora vedo questo squallido modo di operare per il quale conta solo tenere il proprio fondoschiena al caldo, sbattendosene allegramente delle condizioni delle persone e del loro futuro.
    Il ruolo di un Consulente dovrebbe presumerne la temporaneita’, il tempo di trasferire delle competenze od un metodo di lavoro, non attaccarsi come le zecche a tempo indefinito rendendo la propria posizione insostituibile oppure prendere il largo a meta’ dell’opera appena si trova qualcosa meglio retribuito, sempre che questo ruolo non simuli altro ed altre faccende.
    Il Consulente ritengo sia fondamentale per accrescere il valore immateriale di un’azienda, ma senza Competenti interni ad essa, questo valore dove rimane?
    Che stress! mi servirebbe una conseuleress…
    e se si stressa anche Lei?
    .ds.

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